In occasione del recente concerto ai Mercati Generali di Catania, scambiamo qualche parola con Nabil Bey cantante dei Radiodervish, band dalla natura interculturale che ben rappresenta l’eterogenea Italia d’oggi.

Cuore Meridiano il progetto speciale che avete dedicato alla platea siciliana, fa parte di un progetto speciale. Di cosa si tratta?
«Si tratta di un modo per ripercorrere, in qualche modo, quelle che sono le nostre origini. La nostra – se la vogliamo chiamare così – educazione “sentimentale” e musicale. Sia io che Michele avevamo delle canzoni che prediligevamo quando eravamo più giovani, riproporle oggi, alla luce della nostra maturazione artistica, ci sembrava un’operazione molto interessante stimolante. Ci saranno brani di molti cantautori dell’area mediterranea, per quanto riguarda l’Italia spazieremo da Battiato a De Andrè; passeremo poi per la Francia, proponendo alcune canzoni di Moustaki. Faremo un brano in berbero del cantautore algerino Idir e proporremo anche una sua canzone in francese che racconta il dramma della guerra civile in Algeria. Naturalmente ci sarà anche il Medioriente, con dei brani di Fairuz e la Grecia di Teodorakis. Per farla breve, insomma, si tratterà di un percorso che porterà l’ascoltatore, in varie tappe, attorno al “cantautorato mediterraneo”, sottolineandone gli intrecci, non soltanto a livello artistico ma anche a livello umano».

Il vostro ultimo disco, Human (2013), parla, tra le altre cose, della figura di Vittorio Arrigoni. Quanto l’album si lega alla cronaca contemporanea?
«Arrigoni è stato una stella del firmamento umano, che ha pagato a caro prezzo questo suo amore estremo, questo essere partigiano dell’umanità, abbracciando una causa come quella dei Palestinesi. Stay Human è una canzone che lo ricorda, ma il concetto di “umanità” viene espresso anche da altri brani. Nel disco raccontiamo tante storie, il dolore, ma anche l’amore che trabocca da questi personaggi verso il prossimo. In fondo ai tuoi occhi risente molto dell’esperienza del viaggio, ha sonorità latinoamericane, ma dal punto di vista contestuale narra della “primavera araba”. Velo di Sposa, invece, racconta la storia di Pippa Bacca, la performer rimasta uccisa durante il suo tour in cui si prefiggeva di attraversare, in abito da sposa, 11 paesi teatro di conflitti armati».

L’esperienza dei Radiodervish è stata raccontata anche in “Dal pesce alla luna”, una compilation, uscita pochi mesi prima del nuovo album, che celebra i vostri 15 anni di attività della band. Quanto è diversa la vostra musica oggi rispetto al passato?
«Diciamo che oggi la nostra musica è inquadrata in una dimensione nuova, che non ci definisce più come “world music” ma, piuttosto, come un “cantautorato mediterraneo”. Inevitabilmente ciò è anche lo specchio di questa nuova società italiana, che nel tempo si è anche aperta, nonostante tutte le difficoltà e gli incidenti di percorso. Del resto, oggi, ancor più che in passato, c’è molta umanità che, a causa della povertà, si sposta nel nostro territorio».

In un paese come l’Italia, che vede un continuo aumento del tasso d’immigrazione lo “Ius soli” è, oggi più che mai, al centro del dibattito mediatico. Quanto – secondo te – ancora si deve fare raggiungere uno status di vera integrazione culturale?
«Parlando di leggi si dovrebbe cambiare il modo di intendere la cittadinanza. E’ un po’ scioccante pensare che ancora oggi si parli di un “diritto di sangue” in un paese europeo. Cambiare gli strumenti legislativi, averne d’idonei, ci permetterebbe di essere più agili. Senza, diventa doppiamente difficile trovare soluzioni alle questioni che ci pone questa nuova realtà italiana; una realtà fatta di immigrati, ma anche di tanta gente che nasce qui, sul territorio. Nel capoluogo pugliese, dove risiedo, la comunità eritrea, ad esempio, è abbastanza numerosa e siamo arrivati alla terza generazione di ragazzi nati in Italia. In uno stato di diritto come il nostro bisognerebbe munirsi di strumenti per legiferare umanamente; anche la legge “Bossi-Fini”, non rispecchia e non può essere assolutamente un modo per regolare la materia dell’immigrazione».

L’arte può quindi sensibilizzare in questo senso?
«Senz’altro. Il compito dell’arte è quello di raccontare, narrare, denunciare. L’arte non può far le leggi, ma può denunciarne gli effetti  a volte disumani».

Quanto il vostro vissuto personale ha influenzato la poetica dei Radiodervish?
«Direi molto, considerate le storie dei componenti del gruppo. Io vengo dal Libano e sono figlio di rifugiati palestinesi. Per quanto abbia da qualche anno la cittadinanza italiana, l’adesione a una causa è qualcosa che va oltre l’appartenenza territoriale. C’è il desiderio che le ingiustizie cessino. Questo vale in Palestina o in qualsiasi altra parte del mondo. Sicuramente questo fattore è stato determinante nel nostro percorso umano e artistico, quindi diciamo che raccontare le ingiustizie, l’orrore della guerra o quello della violenza ci è sempre stato a cuore».

Le canzoni dei Radioderish si mostrano intrise di sonorità particolari e spesso sono “multilinguistiche”, come viene recepito tutto ciò dal pubblico italiano?
«L’Italia ha cambiato gusti musicali. Ha aperto di più gli occhi e si guarda intorno. Sicuramente i Radiodervish oggi raggiungono un pubblico più vasto, per quanto rimangano sempre degli “outsider” sulla scena musicale italiana. Questo accade perché ancora sfuggono alla smania di classificazione da parte di chi si occupa di fare circolare la musica e l’arte. Il multilinguismo è stata una cifra artistica che ci ha distinto fin dall’inizio e che ci piace utilizzare perché amiamo molto il gioco sulla sonorità delle lingue. E’ una cosa che di per sé ha un contenuto mediatico, nel senso che trasmette un pensiero. Un suono, in modo intrinseco, trasporta un sentimento aldilà del significato. Ovviamente anche il significato è molto importante nei nostri testi, su cui facciamo un lavoro molto attento, ma giocare sulla sonorità delle parole è una frontiera che ci piace moltissimo. L’abbiamo usata in precedenza e continuiamo a usarla oggi in un’Italia che, ancor più che in passato, ci sembra più aperta a recepire questi accostamenti».


Articolo originariamente pubblicato sul magazine online “The Tempest” il 18/05/2013

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