Una intervista inedita alla Band Progressive Rock Italiana più famosa all’estero. Rilasciata dalla band in occasione del concerto catanese del 2007 a Parco Gioieni. Dall’incontro con De Andrè alla lavorazione di “Stati di immaginazione”, passando per “Dracula” il gruppo ci racconta alcuni decenni di successi.

FM: Franco Mussida
FdC: Franz Di Cioccio
PD: Patrick Djivas

Stasera eseguirete il vostro “tributo a De Andrè”.  Proponete spesso all’interno dei vostri tour questo concerto. Come si sviluppa e come pensate venga recepito questo show oggi?
FM: «Beh… la prima parte dello spettacolo è il riassunto di quei 2 album (“Fabrizio De Andrè – In concerto con la PFM” vol 1 e 2, 1980 ndr), soprattutto del primo. Sono brani che abbiamo arrangiato nel 79. Una esperienza che dal vivo, tuttavia, hanno avuto modo di vedere in pochi perché alla fine si è trattato soltanto di 20 concerti che sono andati in giro per l’Italia. I brani sono rimasti nell’immaginario collettivo come musicati in quel modo e da quel momento i ragazzi, le persone, se li ricordano proprio con quegli arrangiamenti. Noi abbiamo ripreso i brani, li abbiamo rivisti, li abbiamo riconvertiti in un linguaggio decisamente più musicale ed è stato un po’ il lavoro della PFM: cercare di tirar fuori dal repertorio di De Andrè tutte quelle musiche che non erano state opportunamente -a nostro avviso- sviluppate e che potevano dare ancora più compagnia, immaginazione, emozione, colore, profumi, ai suoi testi meravigliosi. La seconda parte dello spettacolo è un insieme di pezzi della PFM estratti da vari progetti».

Parliamo di “Prog Rock”, prog rock italiano di cui voi siete i maggiori esponenti. Riuscite a vedere un futuro oggi per questo genere di musica? Come vi ponete nei confronti di giovani band che tentano, se vogliamo in maniera forse anacronistica -considerata la mancanza di un certo background culturale- di approcciarsi a questo genere?
FM: «Non saprei. Io posso dire soltanto che le etichette mi infastidiscono, “Prog Rock”, non so… nel nostro ultimo lavoro, “Stati di immaginazione”, puoi trovare tutti i generi musicali possibili: dalle improvvisazioni rock-jazz a momenti lirici o classici. Noi siamo abituati, da sempre, a divertirci con i linguaggi, non a rimanere vincolati ad essi. Io non mi sento stretto in un genere, anzi vorrei fare tutte le esperienze possibili e usare la musica a 360°».

Certamente, già in “Jet Lag” ritroviamo influenze fusion, jazz e rock, in album che è difficilmente classificabile.
FM: «Se ascolti “Passpartù”, ci sono altri linguaggi ancora. Credo che “Stati d’Immaginazione”, da questo punto di vista, riassuma un po’quello che siamo».

Continuando a parlare di “Stati d’immaginazione”. Come è nata l’idea di integrare il supporto audiovisivo nello show?
FdC: «Si tratta di una idea del nostro manager, che ha sempre lavorato nel campo delle immagini, collaborando tra gli altri con Ferreri e con Dario Fo. Le immagini diventano il testo su cui  noi improvvisiamo o creiamo un canovaccio musicale. In una parte di “Stati di immaginazione” abbiamo usato tutti i linguaggi per descrivere la grandiosità di Venezia, è un po’ come interpretare dei quadri. Si parte de un’immagine del mondo visto dall’alto, tutto ciò che si vede è solo acqua. La telecamera comincia ad avvicinarsi e si inizia a vedere Venezia: dapprima da fuori, la  laguna, la fauna intorno (che è considerabile la “parte nobile”, perché è quella che ha ispirato i veneziani a creare la città per salvarsi dalle invasioni) poi da dentro, come una cartolina. Segue un momento di grande respiro musicale, molto etereo, con accordi di chitarra che danno il senso dello spazio per poi entrare pian piano all’interno di una cosa estremamente struggente e carica di grande emotività: l’alluvione. Sono immagini vere dell’alluvione del 66, per cui… ecco, noi cerchiamo di creare questi stati di immaginazione guardando il film ed improvvisando su di esso. L’esperimento ci ha dato soddisfazioni. La critica ce ne ha date molte dicendo che è un disco bello quanto o forse più di Storia di un minuto, dipende dal punto di vista. A dirti la verità credo che vedere paragonato il nostro ultimo disco al primo, dopo aver suonato tutti questi anni, vuol dire aver fatto un percorso giusto. Un percorso che passa attraverso esperimenti molto intensi, seppur a volte non recepiti, perché spesso l’artista è più avanti dei tempi, non è mai dove il pubblico lo vuole. Credo che sia compito dell’artista essere un po’ più avanti. Sentivo che parlavi di prog music. Noi rappresentiamo sul palco un’improvvisazione di insieme e questo è ciò che ci caratterizza rispetto a tutti gli altri gruppi. Anche all’epoca in cui nacque questo genere, rispetto a tutti i nostri coevi, come gli Yes e i Genesis, la PFM  ha sempre avuto una particolarità: non ha mai fatto una esecuzione pedestre della registrazione che aveva fatto sul disco ma si lasciava gli spazi per poterci giocare dentro. Gli Yes erano dei matematici puri, quello era il pezzo, quello riproponevano. I Genesys invece si liberavano anche di una parte di “immaginatività” attraverso i travestimenti di Peter Gabriel o la parte teatrale. Oggi noi facciamo musica di immaginazione, che non è più rock progressive, questo lo era nel 70, l’evoluzione la ha portata a essere musica immaginifica, dove noi usiamo qualsiasi linguaggio. L’importante è che ci sia un punto di incontro in sincronia tra noi che suoniamo ed il pubblico, che è il vero protagonista. Quando il pubblico è perfettamente dentro questo “film” che noi si fa, allora vuol dire che il musicista ha raggiunto la sua… diciamo che un po’ come il poeta sceglie le parole, noi cerchiamo di scegliere le note».

PFM in Italia rispetto alla PFM all’estero. Avete riscontrato una migliore risposta dal pubblico italiano o da quello estero?
PdV: «Per noi la risposta è più o meno uguale dappertutto. Sai di solito la risposta del pubblico non dipende tanto dall’ubicazione ma dalla qualità dell’artista. Gli artisti di un certo tipo hanno risposte esattamente simili da qualsiasi parte del mondo. Se prendi Keith Jarrett e lo mandi a suonare in Congo o a New York non cambia nulla. E’ un po’ così anche per noi, che siamo artisti aldilà dell’Italia. Ovviamente se in Italia chiunque conosce la PFM, negli Stati Uniti chi conosce la PFM è solo chi è nella “nicchia PFM”, che è comunque molto solida e affezionata, sono quasi parenti nostri. Abbiamo questa famiglia in tutto il mondo, in qualsiasi paese ci sono dei fanatici PFM».

Ciò deve essere per voi molto bello…
PdV: «E’ una cosa bellissima perché probabilmente noi diamo qualche cosa che nessun altro dà e l’affetto che troviamo dappertutto è veramente straordinario. L’anno scorso siamo andati a suonare in Corea, non ci eravamo mai andati e ci siamo detti: “Mah, si va in Corea… a Seul! Chissà chi verrà a vederci, non sapranno niente di noi, magari verranno per curiosità”, invece era pieno di gente. Dopo il concerto abbiamo firmato migliaiadi autografi, ma è stata una cosa… è durata più la sessione di autografi che il concerto stesso, e avevano tutti i nostri dischi! Tutti conoscevano la nostra storia e tutti ci raccontavano qualcosa a proposito di come abbiamo influenzato la loro vita a Seul. E’ stata una cosa che ci ha sorpreso moltissimo, ma adesso sappiamo che questo c’è in tutto il mondo, perché ovunque andiamo è così, troviamo sempre chi è veramente affezionato».

E’ comunque una famiglia che si allarga, ci sono parecchi giovani stasera giunti da ogni parte della Sicilia per ascoltare la vostra musica.
PdV: «Sai perché è una famiglia che si allarga? O se non altro che rimane sempre viva, adesso non so se si allarga… si sicuramente si allarga ma soprattutto rimane viva perché chi è all’interno è fiero di esserci e ci tiene a portare altra gente, con la sicurezza di non tirare un pacco a quella gente lì. Quando dici a qualcuno: “Vieni a vedere un concerto della PFM” sei tranquillo che quello che viene quando sarà finito il concerto ti ringrazierà e non ti dirà mai: “Che palle, era meglio se andavamo al cinema”. Tu sei sicuro di questa cosa, hai proprio una certezza dentro perché la PFM non ti tradisce. E non lo fa perché non tradisce se stessa. Per noi suonare stasera a Catania è come suonare a New York, uguale. I primi che cerchiamo di soddisfare siamo noi stessi, ed è un po’ quello il meccanismo che porta questo gruppo a essere insieme dopo tanti anni e con la voglia di suonare ancora. Sai, noi abbiamo fatto più di 4000 concerti, è difficile dopo tutti questi show continuare ad avere la gioia di andare sul palco. Delle volte non ce l’hai perché sei stanco, perché è così, come questo pomeriggio che c’è stato un cambio di programma e non siamo potuti andare in albergo. Ci siamo fatti due palle come un canestro ad aspettare, ma adesso andremo sul palco… e dopo 5 minuti saremo felici come delle pasque».

Un’ultima domanda: che dire di Dracula? Come è nato questo progetto e in che modo è stata coinvolta la PFM?
PdV: «No, ma è una cosa che non riguarda… è un lavoro che la PFM ha fatto fornendo delle musiche a una richiesta di un certo tipo, e basta. Non è stata, se vuoi, una iniziativa nostra. E’ stata questa la ragione per la quale ci siamo un po’ non dico “discostati”… non c’è piaciuto molto il modo in cui è stato portato avanti il progetto da un punto di vista realizzativo, aldilà delle musiche che abbiamo fatto».

Ho visto che da “Dracula Opera Rock” è diventato “Dracula in Love”
PdV: «Ma, non lo so, se diventa “Dracula in love”… ah sì, è diventato Dracula in Love? Non lo sapevo neanche».

Inizialmente immaginavo già uno spettacolo live con la PFM. Poi ho scoperto tutt’altro…
FdC: «Il problema è che lo abbiamo scoperto anche noi, e quindi… non è che ci abbia fatto molto piacere, però comunque…»
FM: «E’ diventato un “soap Dracula”».

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