«La musica assolve un suo compito tenendo compagnia, non credo che le canzoni abbiano qualche potere nella risoluzione dei problemi. Per cambiare le cose è necessario scendere in piazza ed essere anche in tanti, perché sennò non cambi niente. In tempi come questi, però, mi è venuto spontaneo sottolineare quello che drammaticamente vedo, non posso farne a meno». Riassumere in poche parole il mondo e la poetica di Gianmaria Testa, il cantautore piemontese scomparso ieri notte all’età di 57 anni, è un compito difficile per chiunque lo abbia conosciuto, direttamente o attraverso la sua musica.

Chansonnier molto amato oltralpe, ferroviere per mestiere e cantautore per passione, Testa ha esordito discograficamente in Francia dopo due vittorie al Premio Recanati. «Non ho mai avuto l’esigenza di emergere – raccontava in un’intervista del 2012 – o di vivere della mia musica: scrivo canzoni e sono contento se qualcuno mi dà l’opportunità di mettere su un disco, ma non è una priorità». Il suo era un approccio limpido e riservato, al quale tuttavia faceva fronte un talento genuino, che arrivava dritto al cuore. Testa di successi ne ha riscossi molti, pubblicando nove album ed esibendosi in oltre 3000 concerti in Francia, Italia, Germania, Austria, Belgio, Canada, Stati Uniti, Portogallo. Tanti sono stati anche gli artisti che hanno lavorato con lui: da Gabriele Mirabassi e Enzo Pietropaoli, da Paolo Fresu a Enrico Rava fino al caro amico Erri De Luca, con il quale ha spesso condiviso il palcoscenico. Cantautore dei contadini, dei migranti, di coloro che hanno perso il lavoro, Gianmaria Testa ha raccontato il vivere di uomini comuni. Ha saputo parlare di dignità e sogni. I suoi brani sono stati interpretati da cantanti del calibro di Fiorella Mannoia e per lui hanno scritto autori come Fausto Mesolella, che gli regalò “‘Na stella”, piccola perla in dialetto napoletano considerata la preferita tra quelle scritte dal chitarrista casertano.


Una versione unplugged di “Lasciami andare”, un brano in cui Testa ha affrontato il tema della morte.

In Sicilia Testa si è esibito rare volte, forse perché poco capito nel suo “mondo piccolo” e intriso di poesia. Catanesi, palermitani, nisseni lo ascoltarono nel 2007 accompagnato sul palco da Erri De Luca in uno dei primi spettacoli dedicati ai migranti, “Dall’altra parte del mare”, che faceva seguito al disco omonimo (stesso titolo ha anche un libro-testamento che sarà pubblicato da Einaudi il prossimo 19 aprile). «I concerti nell’isola non riscossero un gran successo di pubblico – ricorda l’organizzatore Pompeo Benincasa – ma furono indimenticabili per i presenti. All’Ambasciatori di Catania per un problema tecnico non fu montata la quinta nera sullo sfondo, fu poco elegante forse, lui però la prese bene e l’atmosfera si sposava benissimo con il tema dello spettacolo». A Palermo, invece, la band si esibì in un teatro molto più grande, ma ad assistere furono davvero in pochi. «Era una persona davvero speciale – continua Benincasa –, e mi promise che se lo avessimo chiamato ancora a suonare sarebbe venuto per pochi soldi, per amore della Sicilia».

L’ultima volta che Testa si è esibito nell’isola è stato nell’aprile 2012 al MA Musica Arte di Catania, un club dove presentò in trio i brani di “Vitamia”, il suo ultimo album. Fu anch’esso un concerto per pochi privilegiati, a cui oggi resta nel cuore il ricordo di un cantautore dal modo gentile, con il suo calice di vino bianco poggiato sul palco e i suoi racconti da ferroviere che ha visto il mondo attraverso i suoi occhiali tondi.

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