«Vivo in Kenya da più di un decennio, quando rientro in Italia per le vacanze faccio fatica a comprendere tutte le lamentele che sento dai torinesi sulla “cosa pubblica”. L’Africa invece, con i suoi infiniti bisogni e le sue limitate risorse mi ha offerto la possibilità di crescere e maturare». A parlare è Fr. Beppe Gaido, direttore del “Mission Hospital” presso il “Cottolengo Center” di Chaaria in Kenya.

La sua è una storia intensa, segnata dal dolore e dal proposito di aiutare il prossimo. Originario di Casalgrasso (TO), Fratel Beppe trascorre l’adolescenza negli ospedali torinesi, assistendo il padre malato di cancro. «Frequentavo l’ultimo anno di liceo quando è morto. E’ stata la sofferenza, sua e degli altri ammalati, assieme all’esempio, talvolta deludente, della classe medica, a spingermi verso una vita da dedicare completamente e gratuitamente a chi soffre: l’ho trovata al Cottolengo».

Laureato in Medicina e specializzato in igiene e malattie tropicali Fr. Beppe si trasferisce dapprima in Tanzania (nel 1997) e un anno dopo in Kenya. «A Torino la sanità è molto strutturata e a volte è difficile fare il medico per paura di denunce. In Africa, invece, ho scoperto di avere tanti talenti che neppure sospettavo di possedere e le mie competenze, forse bloccate e inibite in Italia, hanno potuto trovare il canale giusto per fiorire e dare frutti».

Il villaggio di Chaaria, dove sorge il “Cottolengo Center”, è situato in un’area desertica a circa 400 km da Nairobi. La maggior parte della popolazione è dislocata su un territorio molto vasto e per raggiungere l’ospedale è costretta a intraprendere viaggi di 6-8 ore. «La nostra – continua – è  gente semplice, che per lo più sopravvive con la propria piccola attività agricola. La donna è il centro della famiglia, il fulcro della società, sempre la prima ad alzarsi al mattino e l’ultima ad andare a letto. Si prende cura del marito, dei figli, delle mucche e dei campi».

L’esperienza dei volontari che operano a Chaaria è raccontata in un blog che si pone come una finestra sul mondo esterno alla missione. «Il sito per me rappresenta essenzialmente due cose: la prima è una grande occasione di visibilità per la realtà di Chaaria. A livello più personale, invece, diventa una valvola di sfogo contro la solitudine. Spesso in Missione si ha l’impressione di essere dimenticati, si ha bisogno di esprimere i propri pensieri e, semplicemente facendolo, ci si sente meno soli».

Fr. Beppe torna a Torino ogni tre anni per le vacanze e ci racconta come ciò porti con sé sentimenti contrastanti: «Negli ospedali torinesi tutti si lamentano e parlano di “malasanità”, ma è solo perché non si rendono conto di quanto sono fortunati ad avere un sistema sanitario come quello italiano. Ci saranno le liste d’attesa, ma in Italia hai la possibilità di farti curare. Cosa che spesso non avviene in tante altre parti del mondo». Torino diventa così «sempre più bella, ordinata, pulita e con degli ottimi servizi pubblici», ma anche un po’ troppo disinteressata ai problemi del terzo mondo. «Generalmente non trovo molto interesse a questo tipo di problematiche. Mi capita di stare a Torino per un mese e avere quasi paura a parlare di Chaaria perché so già che molti mi direbbero: perché vai a cercare i poveri lontano mentre ce ne sono tantissimi anche qui? L’Africa è qui, guarda Porta Palazzo. Allora in genere parlo poco di Chaaria, ma per fortuna ci sono anche i volontari e i sostenitori. Con loro sento calore e appoggio».

Sul futuro Fratel Beppe ha le idee molto chiare: «Ci sono molte cose ancora da fare. Per quanto riguarda la missione, ad esempio, mi piacerebbe che il blog diventasse un forum, con più contributi e opinioni, sopratutto dal punto di vista scientifico. Sulla sensibilizzazione ai problemi del terzo mondo invece sarebbe bello che crescesse il senso di gratitudine per tutto ciò che abbiamo e che imparassimo a condividere un po’ più del nostro tempo e delle nostre risorse con chi è meno fortunato di noi».

Il Chaaria Mission Hospital, localizzato sulla mappa del Kenya e in una foto da satellite

La Storia di Kendi

dal blog di Fr.Beppe

Vorrei raccontarvi di Kendi, una bambina di circa 14 anni venuta nel nostro ospedale nel 2007. Era povera e impaurita: cercava suo papà e nessuno aveva il coraggio di dirle che il babbo non c’era più. È toccato a me farlo e da buon occidentale senza pazienza sono stato brusco e sbrigativo perché ero in tensione a causa della coda che cresceva fuori. La bimba non ha pianto e ha detto che sarebbe tornata “kesho kutwa” (dopo due giorni). È successo proprio così, ma anziché veder arrivare un fuoristrada scassato pieno di parenti in lacrime la rivedo sola e appiedata. Ancora una volta il mio congenito razzismo ha avuto la meglio per un attimo, così ho detto: «il solito trucco: mandano una bambina senza soldi, così lo «mzungu» (uomo bianco) porta il cadavere gratis. Lo porto io il morto e dirò la mia a questi irresponsabili che vogliono fregarci in un momento così drammatico». Prendo la macchina più vecchia, carico il corpo, faccio salire Kendi e ci avviamo verso Gachua (a circa 14 km). Durante il viaggio le compro del pane e succo d’arancia. Lei accetta subito, stringe il malloppo al petto e non mangia nulla. Arriviamo a destinazione dopo un lungo percorso nei campi: vedo un tugurio di fango e paglia, un gruppo di bambini e una vecchia quasi cieca seduta sotto una pianta. Chiedo a Kendi dove siano gli altri, lei mi risponde che, a parte i fratellini e la nonna, sono morti tutti. Scopro che la madre è gravissima all’ospedale di Meru e non sa ancora che il papà è morto. «Ieri sono andata a trovarla, ho mentito dicendole che il babbo migliora. Lei mi ha detto di ricordargli di non bere tanto e iniziare la semina perché è stagione delle piogge. Ora non so più chi lo farà». Nel mentre sta arrivando un po’ di gente che si raduna sull’erba e, con il proverbiale ritardo dell’african time, il catechista che presiederà il funerale. Non potevo fermarmi alla celebrazione, così ho salutato Kendi, le ho detto di essere forte e, senza troppa convinzione, ho aggiunto: «vedrai che mamma tornerà presto». Che lezione di vita da parte di quella povera bimba! So anche che sua madre non ce la farà, perché purtroppo so di cosa è morto il marito. Chissà se anche Kendi è affetta da HIV. Forse lei no, è troppo grande, ma i piccoli possono essere positivi. Il mio umore è terreo, mi prometto di ritornare presto, bisogna fare il test a tutti quei bambini e, se fossero positivi, iniziare la terapia antiretrovirale. Già, ma poi chi li seguirà? Chi darà loro le medicine al momento opportuno? Chi gli procurerà il cibo? La nonna è vecchia e quasi non ci vede. Sarà tutto sulle spalle di Kendi, ce la farà? Mi torna un’autocritica continua: perché ho giudicato senza conoscere? Perché aldilà delle apparenze sono ancora razzista? Perché penso sempre che gli altri mi vogliano fregare invece di dar loro fiducia? Sono davvero un peccatore e oggi, di nuovo, l’ho toccato con mano.

Il Libro


La presentazione di Fr. Beppe:

I diritti d’autore miei e di Mariapia Bonanate saranno completamente devoluti a favore della costruzione della nuova maternità di Chaaria. Vi chiedo umilmente di far pubblicità anche con i vostri amici di facebook o della vostra mail list  in modo che il libro possa avere una buona diffusione. Questo non solo a motivo dei fondi che potremo raccogliere per la nuova maternità, ma anche per far conoscere a tanti il nostro sogno per Chaaria che ogni giorno cerchiamo di tener vivo e di far crescere.Vi ringrazio anticipatamente. Sono evidentemente molto emozionato ed un tantino commosso, perchè questo è il mio primo libro. Desidero prima di tutto ringraziare il Signore che ha permesso di arrivare all’importante tappa della pubblicazione del libro, nonostante le inevitabili difficoltà ed il lungo lavoro iniziato nel 2009. La mia infinita riconoscenza va poi a Mariapia Bonanate che ha creduto in me ed ha investito molto per questo libro. Un grazie non meno sentito va a Miriam Carraretto con cui ho lavorato gomito a gomito (pur essendo in continenti diversi) per la correzione delle bozze e per i contenuti dell’opera. Un sincero ringraziamento va quindi ai Superiori della Piccola Casa per il sostegno e per l’incoraggiamento. 

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