C’è chi l’ha conosciuto per le storie di Vincenzo Malinconico, avvocato di (in)successo in cui mezza Italia si è in qualche modo riconosciuta, chi lo ha apprezzato per romanzi dai toni più seriosi (La donna di scorta, Certi bambini). Diego De Silva è stato protagonista ieri di un bell’incontro presso la Terrazza dell’Archivio Storico di Taormina per la terza edizione di TaoBuk. In questa occasione, abbiamo scambiato due chiacchiere sul suo universo letterario e sul suo ultimo romanzo: Mancarsi.

Di cosa parla questo nuovo libro? Chi sono i suoi protagonisti?
«Nicola e Irene sono due personaggi che condividono una condizione comune: sarebbero destinati a una grande storia, se solo s’incontrassero nel bistrot che frequentano entrambi, ma questa cosa accade, effettivamente, solo alla fine del libro. Diciamo che ho voluto raccontare una situazione, lasciando ai lettori, e alla loro immaginazione, risposte e conclusioni».

“Mancarsi” rappresenta un ritorno alla scrittura in terza persona e si distacca abbastanza dal libro precedente (“Sono contrario alle emozioni”, 2011). Che riscontro sta avendo?
«Quando ho scritto questo libro ho immaginato che l’avrebbero letto non in tantissimi, sia per il tipo di tema che per quello di scrittura. Il riscontro, invece, è stato inaspettatamente entusiasta. Questo mi ha colpito molto, perché vuol dire che il gusto dei lettori è assolutamente imprevedibile. Nessuno può prevedere il destino di un libro, decretarne il successo o l’insuccesso». 

La formula adottata in questo nuovo lavoro è quella del romanzo breve. Intende proseguire su questa strada per il futuro?
«Francamente non saprei. Ideologicamente è difficile dire: “adesso scrivo un libro breve”. Questo qui, proprio perché aveva, tutto sommato, una storia esile, costruita su un mancato incontro, ho immaginato dovesse essere caratterizzato da una scrittura molto densa e non dovesse durare più di 100 pagine. Poi, magari, ci sono temi che ti permettono una trattazione più ampia e si trascinano per una quantità di pagine superiore, ma questa è una cosa che ti succede tra le mani, in maniera molto artigianale».

Durante l’incontro, qui a TaoBuk, lei ha dichiarato di essere sempre meno interessato a raccontare delle storie e di voler parlare, piuttosto, di situazioni. Quanto crede che questo possa far presa sui lettori?
«Moltissimo. Credo che i lettori siano molto più attratti dalle situazioni che dalle storie. Quello che chiedo a un libro non è lo svolgimento di una storia, l’inizio la fine, il colpo di scena, piuttosto, cerco degli intermezzi, dei momenti estetici, un dialogo particolarmente evocativo. Ultimamente, poi, sono molto attratto dalla forma. La fattura della scrittura è la prima cosa che mi colpisce in un libro. Appena leggo l’incipit mi bastano tre righe per dire se mi interessa andare avanti o meno».

Una domanda che interessa molti lettori è quella sulle sorti di Vincenzo Malinconico. Tornerà a essere protagonista di qualche nuovo romanzo?
«Diciamo che Malinconico è un modo di dare sfogo a un mio lato ironico. Ha funzionato molto bene, ma avevo però bisogno di prendermi una pausa. A volte dei giornalisti mi hanno perfino chiesto di rispondere alle domande come se fossi lui. Il personaggio, comunque, ogni tanto me lo vedo spuntare alle spalle che mi sussurra «a questo rispondo io». Probabilmente sarà lui a farsi vivo, anche se non so ancora quando».

Articolo originariamente pubblicato sul magazine online “The Tempest” il 26/09/2013

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