Il direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Maria Vian
Il direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian

Che la figura di papa Francesco sia tra le più gradite ai fedeli cristiani, e non solo, ce lo ricordano quotidianamente i media di tutto il mondo, perfino quelli storicamente diffidenti. L’ovazione della cultura pop nei confronti del Pontefice spazia dalla copertina di Time, sulla quale Bergoglio troneggia come uomo dell’anno, a quella del mensile musicale Rolling Stone, che in un lungo articolo ne tesse le lodi comunicative, anche se a scapito del suo predecessore, di cui viene tracciato un impietoso profilo. L’entusiasmo verso Francesco è stato pure recentemente manifestato dal presidente americano Barack Obama che ha dichiarato di non vedere l’ora di incontrare Sua Santità il prossimo 27 marzo. Perfino il regista visionario David Lynch, ospite da Fazio domenica scorsa, parlando di meditazione trascendentale s’è detto convinto della capacità del nuovo papa di indirizzare maggiormente la gente verso uno sguardo interiore. Quella di Francesco appare dunque una vera rivoluzione, o almeno come tale è percepita. Ma cosa, sotto la sua guida, è davvero cambiato nella comunicazione in Vaticano? Qual è il segreto di questo strabiliante successo? E quanto la sua attività, a discapito delle apparenze, è continuativa con quella di un papa, Benedetto XVI, forse meno amato dalle grandi masse, ma dalla finissima formazione teologica e culturale? Ce ne parla Giovanni Maria Vian, studioso di Storia della Chiesa e direttore dell’Osservatore Romano, che abbiamo incontrato a Catania in occasione del corso di “Giornalismo ed editoria religiosa” organizzato dallo Studio Teologico S.Paolo.

Professor Vian, cosa cambia nel modo di utilizzare i mezzi di comunicazione di massa tra Francesco e Benedetto XVI?
«Chiaramente si tratta di due persone molto diverse. Entrambi però, pur non essendo dei nativi digitali, hanno colto l’importanza dei nuovi media. Sotto la loro guida la Santa Sede ha sviluppato enormemente i mezzi tradizionali – L’Osservatore Romano, la Radio Vaticana e il Centro Televisivo Vaticano – e introdotto la sua presenza nell’ambito dei social:  il papa oggi è molto presente non solo su Facebook, ma anche su Twitter».

Il suo consenso popolare, tuttavia, è significativamente aumentato rispetto a quello di Ratzinger. Quale ritiene possa essere il motivo di questo successo?
«Credo sia da ricercare nel modo diretto che ha di rivolgersi ai suoi interlocutori. Il Papa non adotta particolari accorgimenti, è semplicemente se stesso. Usa metafore che restano nell’immaginario collettivo e coinvolge sempre in un rapporto personale. La celebre intervista a Scalfari, ad esempio, nasce da un colloquio a due. Non è un’intervista a un giornale ma un vero e proprio dialogo».

Quanto la dimensione pastorale è propria di Bergoglio?
«Sicuramente è quella che lo ha caratterizzato per tutta la vita da religioso, gesuita, direttore di coscienza, formatore, vescovo di una grande metropoli come Buenos Aires e, ora, Pontefice. La scelta di Lampedusa, una terra siciliana ponte verso l’Africa, come destinazione del primo viaggio del suo papato è molto indicativa in questo senso. Anche nelle attività quotidiane la dimensione pastorale è molto presente: ovviamente il Papa non può muoversi per le strade della città, come faceva da vescovo in Argentina, però, ad esempio, ha invitato a colloquio i dipendenti vaticani e le parrocchie romane. Per certi versi è come se fosse tornato per le strade di Roma come era per i suoi predecessori prima del 1870 (anno della “Breccia di Porta Pia”, a seguito della quale Pio IX si dichiarò “prigioniero politico del Governo Italiano” ndr)».

Il giornale da lei diretto è uno dei più antichi al mondo e da sempre voce ufficiosa della Santa Sede. Alla luce dei cambiamenti che riguardano la comunicazione di cui si parlava prima, come è cambiato l’Osservatore Romano?
«Il nostro, come lo definì Montini, è un “singolarissimo giornale”. Quello che stiamo cercando di fare oggi è perseguirne l’iniziale vocazione internazionale con uno sguardo alle altre culture e religioni. Frequentemente informiamo su notizie – ad esempio quelle sull’Africa – ignorate dalle agenzie e diamo spazio anche a firme non cattoliche. L’innovazione più forte degli ultimi anni ritengo sia la maggiore presenza femminile in redazione, che si è tradotta nel mensile “donne chiesa mondo” coordinato da Lucetta Scaraffia e Rita Anna Armeni. L’ultimo numero è dedicato al lavoro e ci sono interviste, un focus sulle immigrate diventate imprenditrici in Italia e “la santa del mese”, Sant’Agata, raccontata per l’occasione da Pietrangelo Buttafuoco. Da gennaio, poi, stiamo pubblicando delle pagine monografiche in preparazione delle assemblee sinodali sulla famiglia, per capire come si possa sviluppare una teologia della donna secondo le indicazioni di papa Francesco. Si tratta, insomma, di innovazioni importanti, che si ritrovano tutte sul nostro sito internet, dove il giornale si può leggere, in maniera gratuita, parzialmente in sette lingue e integralmente in italiano».

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