«A Beethoven manca il ritmo. Quello lo possiede Jovanotti». Giovanni Allevi, ospite al Giffoni Film Festival, lancia la sua ennesima provocazione e finisce, come da programma, su tutti i giornali.

Ora, senza voler entrare nel merito della questione (lasciamo ai nostri lettori il giudizio sul ritmo di Beethoven), che il “genio italiano del pianoforte”, come l’ha definito in passato certa stampa, abbia edificato buona parte della sua fama più su una proficua campagna comunicativa che sul suo talento da compositore è opinione di molti (pure del sottoscritto) da parecchio tempo. Il problema, però, sta nelle implicazioni che certe dichiarazioni hanno. In un’epoca di totale ignoranza musicale di massa (che interessa non solo la “classica”, ma anche la popular music di qualità) il rischio diventa non solo quello di allontanare ineluttabilmente i curiosi dall’approccio alla musica d’arte, ma anche, e soprattutto, quello di scindere il mondo in fazioni che si scontrano, ancora una volta, sul fatto che la propria musica sia “migliore” di un’altra.

Le provocazioni di Allevi sono tranelli in cui pure sono inceppati molti critici e musicisti, uno su tutti Uto Ughi, che nel 2008 scriveva una lettera di fuoco a La Stampa dopo aver assistito alla diretta televisiva del concerto al Senato dove il pianista s’improvvisava direttore d’orchestra.  La conseguenza è stata una vera e propria débâcle mediatica: un susseguirsi di accorate lettere e opinioni a favore dell’uno o dell’altro schieramento. Personalmente, ho trovato tediose entrambe le posizioni. Tanto l’arroganza di Allevi nel definire la sua come «musica classica perché utilizza il linguaggio colto» e «nuova perché contiene quel sapore […] che nessun musicista del passato poteva mai immaginare», quanto la posizione di Ughi che, arroccato sul suo trono, difendeva la sua stessa “casta”: quel gotha della musica mondiale fatto di silenzi e regole tanto rigide da far sentire intimamente a disagio lo spettatore neofita.

L’impressione, ancora oggi, è che si stia perdendo di vista una cosa fondamentale, il fatto che la musica sia prima di tutto emozione. Che si tratti di Allevi, i Radiohead, Bartók, McCartney o i Rammstein poco importa: se emoziona funziona. E se funziona non ha bisogno di discussioni e confronti sterili. Almeno finché marketing non ci separi.

Articolo originariamente pubblicato sul magazine online “The Tempest” il 23/07/2013

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