Ricreare l’immaginario del sud ovest degli USA, mescolando le colonne sonore di Morricone, il rock statunitense e la tradizione latinoamericana. Questo – e non solo – l’universo sonoro dei Calexico, la band alfiere dell’alternative-country che chiuderà oggi (ore 20.30) a Parco Gioieni la seconda edizione della tre giorni musicale “Zanne Festival”. In occasione della performance di stasera (che sarà aperta dai taiwanesi “Skip Skip Ben Ben”) la band, tramite la voce del co-fondatore della band John Convertino, ci ha raccontato del suo universo musicale e dei suoi nuovi progetti. 

La vostra musica è stata spesso etichettata come un mix di tex-mex con elementi jazz e psichedelici. Progressivamente, poi, siete andati sempre più dallo strumentale alla forma canzone. Come cambia la musica dei Calexico? E come la definireste?
«Direi eclettica. Tutti noi proveniamo da un diverso background e le nostre influenze – che  derivano dal modo in cui ognuno di noi è cresciuto – emergono in momenti sempre diversi. In un certo senso è come se la musica che si trova nel subconscio percorresse la sua strada verso il razionale per poi venire fuori nel momento in cui suoni. Per quanto riguarda la forma canzone: la voglia c’è sempre stata, ma il fatto che tutto questo sia emerso maggiormente nell’ultimo periodo è dovuto al perfezionamento di Joey come cantante e paroliere».

Tra gli elementi che emergono nelle vostre canzoni ci sono sia elementi della cultura messicana e di quella americana. Come fate a unire le due cose?
«Gli Stati Uniti sono una nazione d’immigrati. Noi viviamo in una terra di confine, in cui ci sono molte persone di origine messicana. La loro cultura è tutta attorno a noi e, inevitabilmente, influenza anche la musica».

Cosa bolle in pentola per il futuro? Sappiamo che state lavorando a un nuovo album.
«Siamo molto entusiasti del nuovo disco. Una cosa che avremmo sempre voluto fare è registrare in Messico. Ad aprirci la strada è stato il nostro tastierista, Sergio Mendoza, che è nato a Nogales e ha famiglia e amici a Città del Messico. Una volta lì abbiamo potuto lavorare sulle canzoni e sperimentare traendo ispirazione da quella stupefacente città ricca di storia. Durante questo tour, poi, in Grecia, abbiamo avuto modo di collaborare con alcuni musicisti e, auspicabilmente, ci piacerebbe molto coinvolgere Vinicio Capossela in questo nuovo progetto».

Il vostro precedente album, “Algiers” del 2012, è stato invece registrato a New Orleans. Quanto la città ha avuto un ruolo determinante in questo disco?
«In realtà a New Orleans ci siamo trattenuti solo per il tempo necessario alle registrazioni. La città, tuttavia, ci ha ospitati in concerto molte volte. Uscire da Tucson è stato per noi molto importante perché ci ha dato l’opportunità di trovare un posto dove concentrarci sulle registrazioni.  Algiers è stato registrato in uno studio ricavato da una vecchia chiesa, che ha conferito al disco un suono incredibile. È stata questa la cosa che più ci ha ispirato a New Orleans, un posto dove gli spiriti sono forti e reali senza che ci sia bisogno di evocarli».

Da cosa prendete spunto per la creazione delle canzoni?
«In realtà tutto può essere fonte d’ispirazione. Io e Joey siamo molto legati al passato: i miei nonni, ad esempio, sono originari di Bari. Il loro incontro è avvenuto su una nave e in seguito  si sono sposati in America. Sembrerebbe proprio la trama di un film, ma anche questo fa parte della nostra musica. Allo stesso modo, la storia del nonno di Joey, che suonava la fisarmonica ed era un artista pure nel suo modo di giocare a Baseball, è una delle cose che ci ha influenzato. Abbracciare le tradizioni è una delle nostre prerogative».

Durante questi anni avete avuto modo di lavorare con artisti come Barbara Manning, Victoria Williams, Bill Janovitz. Come nascono le collaborazioni?
«Si tratta di una cosa molto spontanea. In fondo, è solo una questione di tempo: siamo sempre felici di trovare un momento per lavorare con artisti che rispettiamo e amiamo».

La vostra band è nota per l’utilizzo di strumenti particolari e ricercati, come il mellotron. Quanto questa scelta rappresenta un “marchio di fabbrica”?
«Avere a disposizione diversi strumenti musicali sparsi per lo studio di registrazione è sicuramente una grande risorsa. Del resto, quando esegui una melodia su più strumenti a cambiare non è solo il suono, ma anche il tuo modo di suonare».

Il concerto di stasera sarà per voi la prima data in Italia di questo nuovo tour. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Siamo molto entusiasti dell’opportunità di suonare al Sud Italia. D’altro canto anche noi proveniamo dal sud e credo quindi ci siano molte cose in comune. Il concerto sarà l’occasione per scoprirle. In generale, siamo estremamente grati per l’opportunità di condividere con voi la nostra musica».

Articolo originariamente pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” del 20/07/2014.

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