«La satira è la risposta più intelligente di fronte a un’ingiustizia. Essa è la forma di ribellione meno violenta e, al contempo, la più efficace perché un potente non riesce a tollerare che qualcuno, prendendolo in giro, si ponga sopra di lui a livello intellettivo». Abbiamo incontrato Sergio Staino lo scorso week end a Catania in occasione dell’inaugurazione della mostra “Sacrosante Risate” promossa dall’“Unione degli atei e degli agnostici razionalisti”. Il celebre vignettista, tra gli autori delle quaranta tavole di satira religiosa che sono state esposte presso la sede dell’associazione “Gammaz”, ci ha parlato della satira, del rapporto con la religione e la politica, del futuro del Paese e della sua lunga carriera.

Staino, qual è il senso della satira religiosa?
«Vorrei chiarire che al centro della satira non è la religione in sé. Tutte le fedi che conosciamo danno un messaggio di fratellanza e pace. A essere oggetto di satira, semmai, sono quei ministri e quegli adepti che le manovrano per fini – terreni – di potenza personale. Io sono ateo, miscredente e anticlericale, ma al di là di questo, ciò che mi meraviglia è che le istituzioni religiose ci considerino dei provocatori. Il motivo sta nel fatto che il loro potere è fondato su fondamentalismi dogmatici e, poiché la satira, per la sua natura disincantata, è seminatrice di dubbi non può che essere mal vista».

Cosa pensa di papa Francesco?
«È un pontefice che ci darà filo da torcere perché sul piano della riflessione sulla libertà del mondo e sulla disuguaglianza è veramente molto avanti. Alcuni pensano sia una messa in scena. Personalmente credo che lasci a desiderare sul piano della bioetica e dei diritti civili – aver denunciato i due giornalisti è una cosa molto brutta – però ritengo sia molto sincero nel tentativo di ricondurre alle parole originarie di Cristo nei confronti dei poveri. A me, del resto, Gesù Cristo sta simpatico e sono molto d’accordo con quello che dice, solo – come spiego quando incontro le scuole – bisognerebbe togliergli questa mania tutta personale di credersi il figlio di Dio. Per il resto lo vedo molto vicino al socialismo nel suo messaggio: non si può essere di sinistra senza amare il proprio prossimo».

In un momento storico piuttosto difficile come quello che stiamo vivendo, quale pensa debba essere la giusta risposta al terrorismo e a stragi come quella dei suoi colleghi di Charlie Hebdo?
«Credo che nessuna azione terroristica debba soffocare la creatività. La satira, come gli altri linguaggi culturali, non dovrebbe avere dei limiti. Le limitazioni, tutto al più, esistono nei media. È normale che una vignetta particolarmente provocatrice, con immagini e parole forti, non trovi spazio sul Corriere o su Repubblica. Diversamente, su un giornale come “Il Male” i miei limiti alla provocazione spariscono perché è diverso il contesto, e anche il lettore».

Oggi, tuttavia, “Il Male” non esiste più. Quali sono le prospettive per coloro che si affacciano al mondo della satira?
«Uno dei grandi problemi dell’Italia è la mancanza d’iniziative imprenditoriali. In tutti i campi – non solo nell’editoria – è difficile trovare qualcuno che abbia il coraggio di investire e trovare nuove strade. Personalmente ritengo che oggi un giornale satirico, fatto nei termini contemporanei, potrebbe funzionare, ma ci vorrebbe una capacità inventiva che oggi è assente negli editori. Il risultato è che molti giovani sono costretti a lavorare direttamente su internet, con la conseguenza di non sfruttare a pieno le potenzialità del proprio lavoro».

 

Staino Aereo PolaccoTra le sue vignette ce n’è una in particolare che le ha creato più grattacapi delle altre?
«Nel 2010 a Smolensk cadde un aereo presidenziale polacco. Nell’impatto morirono novanta autorità, compreso il presidente. L’indomani la mia vignetta recitava: “le solite ingiustizie, a chi troppo e a chi nulla, facendo intendere che forse sarebbe stato meglio se ne fossero morti un pochino per ogni governo invece che tutti di uno solo. La vignetta era in effetti pesantina, ma fu letta malignamente – e forzatamente – in funzione antiberlusconiana. Nei giorni successivi ebbi una serie di attacchi enormi, soprattutto dalla destra ma anche dalla sinistra, che la trovò di cattivo gusto».

Col senno del poi la riproporrebbe?
«Direi proprio di sì. Era un ragionamento cattivo ma rispecchiava il senso generale di quel momento, perché l’idea di questi novanta tutti di un paese era francamente eccessiva».

Quali sono i personaggi politici che le hanno dato più soddisfazioni?
«Due esponenti della sinistra: Craxi e D’Alema. Ho avuto grandissime incazzature sia dell’uno sia dell’altro per le mie vignette. Una volta, addirittura, una polemica con Craxi fatta attraverso l’Unità arrivò sulle pagine del Times di Londra: mi dedicarono mezza pagina dicendo che un disegnatore italiano aveva messo in crisi i rapporti tra i massimi partiti della sinistra. Non nego d’essermi impaurito molto in quell’occasione. Al contrario, a dare poca soddisfazione sono quelli che non se la prendono: Andreotti in primis».

Cos’è cambiato nel fare satira sulla politica di oggi rispetto ad allora?
«Direi che il meccanismo è rimasto identico. Oggi come ieri gli elementi d’ipocrisia (quelli su cui la satira gioca, ponendo l’accento in maniera cattiva sulle cose che vorrebbero essere tenute sottotono) non ce li fa mancare nessuno. Non l’ha fatto Berlusconi e tantomeno ce li fa mancare Renzi». 

Cosa pensa dell’attuale premier?
«Da un punto di vista satirico è un soggetto interessante. Da quello politico è l’uomo che ci meritiamo per come la sinistra si è mossa negli ultimi tempi. Al contempo, però, credo sia il male minore».

Anche alla luce di mosse propagandistiche come il bonus “una tantum” per i giovani?
«In realtà questa sua caratteristica lo accomuna un po’ con Berlusconi. Del resto entrambi sono figli della seconda età della televisione, della pubblicità. La speranza, tuttavia, è che dietro tutta questa apparenza rimanga un progetto di costruzione democratica o di difesa della democrazia. In ogni caso oggi non abbiamo alternative: se penso primo ministro Grillo o Salvini mi viene la pelle d’oca».

Articolo originariamente pubblicato su “La Sicilia” del 5/12/2015

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