Qualcuno ha persino corso la maratona: quarantadue chilometri nel buio, legati con una cordicella alla mano di una «guida». Altri scendono in lisca: sprintano, saltano, lanciano. Non vedono, ma gareggiano come gli altri.
Dario Vernassa, da quasi vent’anni, è l’allenatore degli atleti non vedenti. Da giovane correva con la maglia del Cus Torino, era un velocista con più sfortuna che talento, anche se di talento ne aveva moltissimo. Molti infortuni, poche vittorie, ma dal virus dello sport non è mai guarito. «Ho cominciato alla fine degli Anni Ottantoa – racconta ., Avevo un amico che, negli ultimi mesi di corso all’Isef, collaborava con l’Uici, l’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti. È stato lui a strutturare i primi corsi, io ho raccolto il suo testimone, ho seguito dei corsi specifici a Roma e da allora sono ufficialmente un allenatore per non vedenti».

Dario Vernassa allena i non vedenti da 20 anni, da giovane ha corso con la maglia del Cus
Dario Vernassa allena i non vedenti da 20 anni, da giovane ha corso con la maglia del Cus

La Polisportiva Uici, ancora oggi, si basa esclusivamente sul lavoro dei volontari come Dario, e consente ai propri iscritti di praticare sia sport tradizionali (atletica, judo, sci, nuoto), sia discipline specifiche per i non vedenti, come il Torball. Si tratta di un gioco in cui due team hanno lo scopo di lanciare un pallone contenente dei campanelli all’interno della porta avversaria. La squadra torinese di Torball disputa attualmente il campionato di serie B nazionale, non senza difficoltà: «C’è una grande carenza di strutture adeguate e quelle a norma sono a disposizione delle grandi società sportive, che inevitabilmente estromettono i portatori di handicap».

In primavera, Vernassa torna all’atletica, il suo primo amore. I non vedenti si allenano al parco Ruffini. Problemi? Nessuno. Atleta e allenatore corrono insieme, uniti da una corda. Altri accorgimenti possono essere dati dalla presenza di tappetini per delimitare le aree di esercizio durante lo stretching e naturalmente dalla comunicazione verbale. «Molti dei nostri ragazzi hanno partecipato a gare di velocità, salto in lungo e lancio del peso». Perché lo fanno? Ivano, che a novembre ha preso parte alla maratona di Torino, spiega che le motivazioni che spingono un non vedente ad avvicinarsi allo sport sono le stesse che valgono per qualsiasi altro atleta: «Noi corriamo per gli stessi motivi per cui lo fanno gli altri. Dal punto di vista psicologico e da quello fisico, lo sport ti dà delle certezze. Ti mette alla prova e ti accorgi che riesci a fare delle cose che magari non immaginavi neanche di poter fare. È una scelta soggettiva: c’è chi sente questa esigenza e chi no, anche tra i vedenti».

L’associazione organizza ogni anno numerosi eventi, come il trofeo «Oltre la vista». Spiega Vernassa: «Si tratta di una corsa che si svolge attorno al parco di Piazza d’Armi, aperta a tutti: vedenti e non. È una scelta importante per l’integrazione: non è soltanto un gruppetto di non vedenti che va lì a correre, ma una vera e propria gara ufficiale, riconosciuta all’interno del calendario della Fidal, la federazione di atletica leggera». Il rapporto con lo sport ufficiale, a volte, si rivela però piuttosto macchinoso. «Per un non vedente il solo tesserino paraolimpico non è sufficiente per iscriversi a una gara – dice l’allenatore – deve di volta in volta tesserarsi alla federazione di riferimento: più spese, più complicazioni, più butrocrazia».

Insomma, se da una parte l’attività dell’associazione è svolta in forma continuativa, dall’altra pare evidente come ci sia ancora molto da fare. A partire dalla ricerca di nuovi volontari. «Rendersi disponibile verso gli altri è una cosa che serve anche a te stesso – sorride Vernassa -. Personalmente ho pensato molte volte che se non avessi cominciato ad allenare i noi vedenti avrei abbandonato da almeno quindici anni il mondo dell’atletica. E sarei stato peggio di come sto adesso, anche se mi capita ancora di farmi male come quando gareggiavo in prima persona. Sacrifici? Macché. Fare volontariato in questo modo è una cosa che dà soddisfazione. E diverte anche». 

Articolo originariamente pubblicato su “La Stampa” del 07/02/2011

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