Stefano Rizzotti, di professione barzellettiere, vive a Torino
Stefano Rizzotti, di professione barzellettiere, vive a Torino

«Di lavori ne ho fatti tanti: carrozziere, barista, riparatore di elettrodomestici, ma non mi sono mai trovato bene. Una ventina d’anni fa ero in ferie a Finale Ligure e non potevo più continuare le mie vacanze perché avevo finito i soldi, così mi sono inventato barzellettiere per i tavoli delle osterie. A un certo punto non ho più pensato alle vacanze, era già diventato il mio lavoro».

Stefano Rizzotti è milanese, ma vive a Torino da più di un decennio. «Racconto barzellette nei locali, specie nella zona Lingotto, dove abito. Qualche volta d’estate mi sposto verso il mare. Ma quest’anno ho deciso di rimanere in città anche ad agosto. Certo, la città tende un po’ a svuotarsi, ma ho voluto provare: è comunque un posto a cui sono affezionato. E poi c’è sempre bisogno di ridere, soprattutto per chi d’estate non può andare in vacanza».

«Se mi sento imbarazzato ad avvicinarmi ai tavoli e proporre la mia “merce” alla gente? Molti ormai mi conoscono, c’è persino chi ha aperto su Facebook un gruppo su di me. Si chiama “quelli che conoscono Stefano che vende le barzellette”. Ma negli ultimi tempi è diventato più difficile, c’è tanta gente che gira tra i tavoli pretendendo dei soldi, indisponendo. Così, spesso mi vedo scacciare via subito, però il mio giro ce l’ho sempre».

Insomma, un lavoro sì particolare, ma non privo di dignità: «Racconto barzellette per far ridere, non sono un giullare. Credo in molte regole che mi sono inventato io che e che tutt’ora rispetto, questo mi ha orientato verso quelle belle. Mi piacciono le persone incuriosite positivamente e credo che ci sia sempre bisogno di qualcuno che abbia voglia di seminare un po’ di buon umore. Nel mio piccolo ha anche lasciato il segno. Mi è capitato di sentirmi ringraziare perché, memorizzando le mie barzellette, alcuni studenti hanno trovato il modo di fare altrettanto con gli argomenti a scuola e sono riusciti a passare gli esami».

Articolo originariamente pubblicato su “La Stampa” del 24/08/2010

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