In un contesto nel quale la contrapposizione tra “noi occidentali sotto scacco” e “loro musulmani attentatori” non solo è all’ordine del giorno ma viene continuamente legittimata dai media (talvolta con un’interpretazione piuttosto creativa del concetto di deontologia professionale), possiamo parlare di vera integrazione con la comunità islamica? Si può essere davvero musulmani ed europei allo stesso tempo?

Nella mattinata di ieri (3 aprile), a Catania, si è svolto un incontro dal titolo “Religioni e culture in dialogo per la pace” che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del portavoce della comunità di sant’Egidio Emiliano Abramo e – soprattutto – del governatore Rosario Crocetta. Si è trattato di un evento che, alla luce degli attentati di Bruxelles, è apparso a molti doveroso e in cui l’imam Kheit Abdelhafid (presidente della Comunità Islamica di Sicilia) non ha esitato a condannare il terrorismo, offrendo al contempo una propria interpretazione dello scenario attuale. «La comunità islamica – ha spiegato – si è trovata a doversi dissociare da una violenza che non rientra nella nostra fede. Noi crediamo nella pace e nel dialogo e ci dispiace molto che, in un momento così delicato e cruciale, questo fenomeno venga trattato in maniera superficiale. Siamo stufi di vedere persone che si spacciano come esperte e poi hanno una cultura di seconda mano sull’Islam». Una presa di posizione netta e affatto obnubilata da giri di parole, cui hanno fatto seguito alcune considerazioni (riprese da un articolo dello studioso francese Oliver Roy) secondo le quali ciò a cui stiamo assistendo oggi non è una radicalizzazione del jihadismo ma, piuttosto, una rivolta generazionale che interessa uomini tutt’altro che praticanti e lontani dalle moschee. Già, perché luoghi come la “Moschea della misericordia di Catania” si propongono come esempi d’integrazione piena nel vivere cittadino. Basti pensare – in questo senso – all’adesione alle attività del banco alimentare, con la promessa di una distribuzione degli alimenti agli abitanti del quartiere, non solo musulmani.

La comunità islamica catanese (spiegava Abdelhafid in una recente intervista al nostro giornale) sarebbe formata da circa 20.000 persone e la moschea durante i periodi di festa accoglierebbe circa mille fedeli. Peccato che, a fronte di questi numeri importanti, i presenti all’incontro di ieri (musulmani e non) – tolti gli imam provenienti da varie parti dell’isola, gli addetti ai lavori e i giornalisti – non fossero esattamente centinaia, sebbene la sala scelta per l’incontro si presentasse comunque piena. Non che non ci fosse una platea interessata e attenta – composta anche da diverse donne musulmane – ma l’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a una conferenza stampa e non a un confronto con la città che ospita la moschea più grande della Sicilia. Utile comunque, ma non risolutivo.

Il presidente Crocetta, da parte sua, prendendo le mosse dall’excursus storico proposto dalla studiosa Vittoria Alliata di Villafranca, ha puntato il dito sulla necessità di considerare i siciliani tali a prescindere dall’appartenenza religiosa, invocando lo “ius soli” e accennando una proposta: «voglio fare un provvedimento per riconoscere la tessera della nazionalità siciliana, perché non ha senso che chi nasce qui da genitori che vivono in Italia non debba essere italiano». Il governatore è poi convenuto sulla necessità di realizzare un progetto culturale d’integrazione che si armonizzi con le indicazioni europee e ne sfrutti i fondi. Tutti d’accordo. Ma ora ci si rimbocchino davvero le maniche.

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