In ambito internazionale è considerato uno dei pianisti più in vista della scena jazzistica contemporanea; in Italia è noto anche per le sue incursioni nel mondo della televisione e dello spettacolo. In occasione del suo recital di domani sera (h.21) per la stagione sinfonica del Teatro Massimo Bellini di Catania, Stefano Bollani ci racconta del suo universo di ebano e avorio.

Cosa dobbiamo aspettarci dal concerto a Catania?
«Fare un concerto da solo è un po’ uno sfogo. Non decido mai la scaletta o il modo in cui suonerò i brani. Mi piace salire sul palco e farmi ispirare dal pianoforte, scoprire sul momento – assieme agli spettatori – l’acustica, lo strumento, il teatro. L’unica certezza sarà il medley a richiesta. Un contenitore in cui improvvisare, ogni volta in modo diverso, su dieci brani suggeriti dal pubblico. Lo trovo molto divertente e il risultato è sempre improbabile: nella migliore delle ipotesi dovrò far convivere Heidi con gli AC/DC, perché c’è sempre qualcuno che fa lo spiritoso o che davvero vuole un pezzo stravagante».

Domani sera suonerà al Teatro Massimo Bellini, che sta vivendo uno dei suoi momenti più difficili. È possibile, in questo contesto di crisi, una rinascita culturale?
«L’Italia è messa tutta come il teatro di Catania. Ovunque la situazione è la stessa per la mala politica, la cattiva gestione o l’assenza dei finanziamenti. L’impressione, a questo punto, è che non solo i politici si disinteressino alla cultura, ma che vogliano proprio ammazzarla: i teatri non servono a niente e distraggono le persone dalla televisione. Per una rinascita bisogna guardare ai privati. Gli enti lirici faranno fatica forse, ma le associazioni hanno l’occasione di diventare protagoniste dell’intera vita culturale delle città».

La televisione, però, può essere anche buona maestra. Lei è stato protagonista di “Sostiene Bollani”, su Rai3, che ha coniugato divulgazione e intrattenimento. Conta di tornare sul piccolo schermo?
«Ho avuto la fortuna di poter parlare di cose che mi piacciono e scegliere da me gli ospiti. Non prevedo di tornare in televisione a breve – dopo sei puntate, come si dice, “non ho più banane” – ma non lo escludo per il futuro».

Tra le sue mille attività lei si è anche confrontato con la scrittura. In cosa consiste “Parliamo di musica”?
«È un libro in cui racconto cose che mi sono capitate in ambito professionale, ma non è da intendere come un’autobiografia. Ogni aneddoto serve a raccontare qualcosa di importante, uno spunto per approfondire, perché purtroppo raramente ci interroghiamo sulla musica».

Lei ha avuto modo di lavorare con artisti che vengono dai generi più disparati: jazz, classica, pop. Come si fa a conciliare mondi così diversi tra loro?
«In realtà, senza voler fare il finto naif, lo trovo molto semplice. Sono più stupito da quei musicisti che, per dire, sanno anche cucinare perfettamente o giocano a pallanuoto nella squadra locale. Quello che non mi stupisce è che un musicista faccia musica, e che cerchi di farla in tutti i modi. Non c’è una vera differenza tra suonare con Irene Grandi e fare il jazz. È solo una questione mentale».

C’è una collaborazione che, in particolare, ha segnato il suo percorso?
«È difficile evidenziarne una senza far torto alle altre. Nell’ultimo disco che è stato pubblicato ho lavorato con Hamilton De Holanda, un mandolinista favoloso. Quando suono con lui c’è una facilità estrema a salire sul palco senza aver prima deciso nulla, proprio come quando suono da solo».

E il futuro? Cosa c’è in cantiere?
«A giugno esce il nuovo album per la ECM. Stavolta sono tutte mie composizioni suonate assieme ai miei amici danesi (Jesper Bodilsen e Morten Lund ndr), Mark Turner al sax e Bill Friesell alla chitarra. È un disco di cui vado molto fiero, registrato in studio a New York in un solo giorno, come si faceva negli anni 50. La collaborazione con Bill, poi, era uno dei tasselli mancanti nella mia carriera».

Articolo originariamente pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” del 26/01/2014.

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