Da molti è considerato il miglior chitarrista acustico in circolazione. Nella sua carriera ha collaborato con artisti del calibro di Eric Clapton, Tina Turner e Chet Atkins e suonato alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Sidney 2000. Intervistato in occasione dell’esibizione di stasera al Teatro Metropolitan di Catania (ore 21.00) il chitarrista australiano Tommy Emmanuel ci ha raccontato del suo mondo di note.

Da sconosciuto a uno dei più famosi chitarristi del mondo: qual è il segreto del suo successo?
«Nella mia vita ho sempre lavorato molto, cercando di fare del mio meglio. Penso che sia stato utile scegliere buone canzoni e arrangiamenti. Una cosa che mi contraddistingue è il non aver mai fatto cose che non mi venissero naturali».

Che ruolo ha l’improvvisazione nella sua musica?
«Credo sia una parte molto importante delle mie serate. L’improvvisazione è divertente ed è allo stesso tempo un po’ un’avventura: non sai mai dove ti porterà, nella speranza di essere ispirato e trovare buone idee».

Come nascono le canzoni?
«Normalmente quando compongo provo a raccontare delle storie, seguendo la direzione che la musica stessa mi suggerisce. Del resto, non riuscirei a scrivere senza un preciso motivo».

Tra i suoi pezzi, ce n’è uno cui tiene in particolare?
«In realtà mi stanno a cuore molte delle mie composizioni, perché vengono da emozioni vissute personalmente. A volte ti capita di conoscere delle persone, fare delle esperienze di vita e penso sia naturale per un musicista provare a raccontare nelle canzoni quello che hai provato. Può trattarsi di un paesaggio, un viaggio o qualcosa di fortemente personale: ci sono molti modi diversi di raccontare delle storie».

Che ruolo ha il silenzio in musica?
«Nella costruzione delle canzoni e delle scalette dei concerti si crea sempre un climax ascendente: si raggiunge un apice e poi si crea il silenzio, con cui puoi fare molte cose. Ad esempio quando eseguo la mia versione di “What a wonderful world” suono la chitarra molto piano. Il risultato è un’atmosfera molto intima, in cui il pubblico trattiene il fiato e ascolta con attenzione».

In questo equlibrio, la canzone successiva in scaletta è la iper-ritmata “Guitar Boogie”?
«Può darsi [ride ndr]. In effetti a volte capita. È un brano che cerco sempre di proporre nei miei spettacoli, anche perché so che la gente ama ascoltarlo».

Qual è il pezzo tecnicamente più difficile tra quelli che propone alle sue serate?
«Probabilmente “Cantina Senese”, un brano che ho scritto in Toscana, a Livorno. Aldilà di quello che si pensa però anche i pezzi lenti sono tra i più impegnativi».

Nella sua carriera lei ha avuto moltissime importanti collaborazioni. Ce n’è una che le è rimasta cuore più delle altre?
«Credo che registrare con Chet Atkins sia stato uno dei grandi momenti della mia vita. È stato il mio primo vero idolo e ogni volta che guardo il cd che abbiamo fatto assieme mi chiedo: è successo davvero? Non è possibile! In questo senso è stato un po’ come se un mio sogno fosse diventato realtà».

E nel futuro? Con chi altri le piacerebbe lavorare?
«Amo molto le collaborazioni. Recentemente ho avuto modo di fare un tour e un disco con Martin Taylor, che reputo uno dei più grandi chitarristi jazz al mondo. Tra gli artisti con cui mi piacerebbe lavorare in futuro non posso non citare George Benson, di cui mi piace molto il modo di suonare, ma anche Larry Carlton e Steve Lukather».

Articolo originariamente pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” del 30/04/2014.

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