Il premio Oscar Giuseppe Tornatore, ospite al 59° Taormina Film Fest per una “Lezione di Cinema”, tenuta assieme a Francesco Rosi (in collegamento Skype), si racconta a giornalisti e studenti: dall’analisi del “Cinema siciliano”, alla genesi del suo ultimo film “La Migliore Offerta”, vincitore di sei David di Donatello. 

Maestro si può davvero parlare di “cinema siciliano”?
«Dal punto di vista del cinema che ha per oggetto la Sicilia sì, sicuramente. Non esiste in tutto il mondo una regione altrettanto piccola ad aver ispirato così tanti film. Per quanto l’argomento possa sembrare logorato, si trovano sempre modi per continuare a narrarla. Sciascia una volta mi disse che la Sicilia è di per sé cinema. Del resto si tratta di una terra che offre storie tragiche, ma è anche la regione in cui si può fare un film attingendo dalle novelle di Pirandello come “Kaos” dei fratelli Taviani. Si possono narrare storie universali, che saranno capite ovunque. Ho fatto in passato un’antologia sul cinema siciliano, ma oggi, vecchia di 12 anni, già non regge più. Dovrei aggiornarla, cosa che mi guardo bene da fare».

E per quanto riguarda gli aspetti produttivi?
«Negli anni 70 il cinema vedeva la Sicilia solo come un set. Solo adesso si è pensato di fare cose come la Film Commission, ma è tardi. Per la maggiore le produzioni arrivano, girano, spesso pagano il pizzo, e poi se ne vanno. Se ci fosse una realtà più articolata ci sarebbe un ritorno più interessante per chi vuole fare cinema e ama questa terra. È stato un errore storico gravissimo. Se all’epoca (gli anni 70) si doveva girare un film in Sicilia e serviva una troupe di 60 persone queste dovevano arrivare tutte e 60 da fuori. Oggi magari 20 li trovi qua, ma se ci avessimo pensato per tempo oggi avremmo tutto il necessario in loco».

Come è nata l’idea per “La Migliore Offerta”?
«Mi piaceva l’idea del battitore d’asta perché ha il compito di decidere il valore delle cose. Il battitore può anche decidere di non vedere l’opera. Si tratta di una figura spesso sfiorata dal cinema, ma mai pensata come protagonista. La storia è quella di un uomo che ha paura del mondo, ha una repulsione per gli altri al punto tale di dover indossare sempre dei guanti; la vita, gli eventi del film, ne determineranno la rinascita. Io lo vedo come un vincente. Un uomo che a caro prezzo impara ad amare, sporcarsi le mani e questo è il massimo che si possa avere dalla vita. L’idea di questo film nasce da una lavorazione abbastanza complessa. Avevo scritto nell’85 una prima stesura di cui però non mi piaceva la protagonista, una ragazza aforafobica, anni dopo scrissi la storia di un battitore d’aste, e in quel caso, al contrario, mi piaceva il protagonista ma non la storia. Alla fine ho attinto da entrambe le idee, e il risultato è stato “La migliore offerta”».

Cosa consiglierebbe a un giovane che volesse fare cinema in Sicilia? Come si fa a gestire il rapporto di amorepaura nei confronti di una terra così densa di contrasti?
«Credo che nel cinema, ma non solo, la paura sia una categoria dell’amore. Più sei innamorato più ti metti paura. Se non hai paura di ciò che ami non nasce la passione. A chi vuol intraprendere questo mestiere dico sempre di cercare di capire se è vera passione, o una  infatuazione. E’ un tranello in cui è facile incappare. Mi preoccupa quando un giovane mi dice «ho visto quel film e ho capito cosa avrei voluto fare nella vita». Io di film, prima di dire una frase del genere ne ho visti tanti, che un ragazzo ne veda solo uno mi mette un po’ angoscia. Se poi si scopre di avere una passione autentica, allora bisogna superare qualsiasi tipo di ostacolo e insistere sempre, fino alla morte».

La fruizione dei film, negli ultimi anni è molto cambiata. Oggi lo streaming sembra lultima frontiera in questo senso. Cosa cambia questo per voi registi?
«Sicuramente la consumazione del film non è più legata al ruolo centrale della sala cinematografica. Oggi i film si vedono in mille altri modi. Credo che non ci sia alcun dubbio sul fatto che vedere un film in una sala, seguire una storia assieme a un centinaio di persone, spesso sconociute, rimanga un’emozione unica, che nessun mezzo tecnologico potrà mai emulare. Dall’altro lato bisogna riconoscere che, con questi nuovi metodi, la vita di un film diventa sempre più lunga. Fino a un po’ di tempo fa non c’era modo di rivedere una pellicola. Bisognava aspettare che, forse, dopo anni, ci fosse un passaggio in tv o che venisse riproposta in qualche sala. Oggi vedi un film che ti piace e puoi rivederlo in qualunque momento del giorno: non c’è solo un rapporto verticale. Certo la sala cinematografica rimane comunque un’altra cosa. Da regista amo stare in ultima fila durante la proiezione dei miei film e scrutare le reazioni della sala, ascoltare quello che dice il pubblico quando sta zitto».

Articolo originariamente pubblicato sul magazine online “The Tempest” il 17/06/2013

NO COMMENTS