«Il teatro è alla ricerca di nuove forme… ma che fatica trovarle!» Così il regista catanese Nicola Alberto Orofino, introduce la propria rilettura del classico “Il Gabbiano”, uno dei testi più rappresentati di Anton Čechov.

Andato in scena lo scorso 20 e 21 aprile presso il Teatro Comunale di Trecastagni (CT) come co-produzione del Teatro Stabile di Catania, l’allestimento si propone di raffigurare la crisi contemporanea (tema della rassegna “XXI in scena”, che questo stesso spettacolo aveva aperto qualche tempo fa) attraverso la narrazione di un classico. E riesce molto bene nell’intento.

Si tratta di una lettura decisamente ritmata. I quattro atti (qui condensati in due parti) scorrono, rispetto alle tradizionali letture dei testi Cechoviani cui siamo abituati, veloci e coinvolgenti. La caratterizzazione dei personaggi è forse meno malinconica e a tratti inquietante, ma sicuramente più vera. Il fallimento della commedia di Konstantin, all’inizio della rappresentazione, si rivela specchio della decadenza dei nostri giorni e il suo suicidio, alla fine, appare l’unica soluzione possibile per uscirne.

Durante lo scorrere delle scene si verifica infatti un crescendo emozionale che condurrà i protagonisti – e il pubblico – verso una impasse apparentemente insormontabile. La campagna russa, a tratti desolante, è contrapposta alla città, miraggio “mondano” per alcuni (la giovane Nina – Egle Doria), gabbia dorata per altri (il Trigorin interpretato da Sergio Valastro).

Una dimensione tragica e contemporanea, che parrebbe essere tuttavia una delle caratteristiche delle ultime produzioni del regista (di cui abbiamo già parlato su queste pagine in relazione all’allestimento de “U Contra anno 2063” di Nino Martoglio).

Varia e contemporanea la scelta musicale, che spazia dalla sicilianissima Carmen Consoli (in apertura e chiusura di spettacolo) a un’appassionata “milonga”. Minimale e simbolica la scenografia, (ad esempio la presenza dei secchi in qualche modo a rappresentare il lago). Di ottimo livello il cast in generale, particolarmente convincente la figura di Konstantin (Silvio Laviano), specie nei momenti più drammatici, in cui manifesta una personalità quasi “borderline”.

Un’opera, quella del regista catanese, che va vista e apprezzata, soprattutto come dimostrazione del legame indissolubile tra quelli che ormai sono annoverabili come i “grandi classici del teatro” e la contemporaneità.

Articolo originariamente pubblicato sul magazine online “The Tempest” il 27/04/2013

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